ROMA DI OLLY… E DI UDERZO

1 de fevereiro de 2014 por keyimaguirejunior

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Roma è una cosa strana… è bellissima perché è stratificata, chiunque a Roma trova un qualcosa che gli da’ l’impressione di essere davanti a un pezzetto del proprio passato.. Lo chiamo effetto “root”, bisogno di radici. È come una centrale da cui partono molti fili e tu, risalendo uno di questi, colleghi te stesso al cuore della città. È anche profondamente marcia, come si addice a tutte le cose troppo vecchie. I romani stessi sono marci, corrosi, corrotti.

Sono sceso a Termini, c’era vento e il cielo era nero, ma non pioveva. Ero stanco, avevo percorso in treno forse 150 chilometri, non so quanti ce ne siano in ferrovia tra Roma e L’Aquila… in ogni caso c’erano volute quattro ore. Avevo letto, dormito, letto, dormito… poi ero rimasto con la faccia attaccata al finestrino tanto a lungo che mi si era gelata la fronte. Ero vestito da Alpino, ero militare. E forse per questo la prima persona che ho incontrato era una puttana, mora, non giovanissima ma bella donna. Con accento bolognese. Ho declinato l’offerta e sono andato nel bar che mi aveva indicato mio fratello, vicino alla stazione. Ho bevuto un caffè e ho atteso. Lucio è arrivato dopo una decina di minuti, vestito con la sua divisa di ufficiale della marina. Anche lui era militare, all’Ufficio Progetti Navi da Guerra, non so che roba fosse anche se il nome sembra molto chiaro. Lui era ingegnere navale, questo è vero, ma in quell’ufficio, a quanto pare, si faceva di tutto meno che progettar navi o sottomarini. Io ero sergente degli alpini. Le nuvole nere se ne erano andate, erano rimasti dei nastri sfilacciati oltre i quali c’era un bel cielo blu, invernale. Così mio fratello ha deciso di portarmi a vedere S.Pietro, non la chiesa ma il colonnato, che piaceva da matti a tutti e due. A casa, in paese, avevamo una piccola riproduzione in ottone di Piazza S.Pietro, un regalo di zio Pinotto, maresciallo a Roma, e da bambini avevamo giocato con quel soprammobile al punto che un anno era finito anche nel presepe. Così siamo saliti su un autobus e siamo arrivati vicino alla basilica. Non siamo entrati in piazza da via della Conciliazione, ma da una via laterale. Mi sono trovato sotto le colonne senza rendermene conto, è stata un’emozione enorme. In quegli anni era ancora bellissima, non c’erano cartelli appesi dappertutto, come adesso. Era pura. Siamo andati in mezzo alla piazza e ci siamo rimasti a lungo senza parlare. Abbiamo raggiunto Castel S.Angelo a piedi, gli angeli del ponte sono stati anche loro una doccia fredda, non me li aspettavo. Poi però era sera, così siamo tornati nella sua foresteria ufficiali. La cosa più divertente era che solo il piantone all’ingresso era un romano, tutti gli altri provenivano dal resto dell’Italia. Un amico di mio fratello, un veneto col naso rosso e due baffetti diabolici, mi ha raccontato che la sera prima erano stati in giro fino a tardissima notte, in preda ad una sbornia coi fiocchi, avevano buttato i loro berretti di ufficiali di complemento dentro alle fontane di piazza Navona, avevano svegliato parecchia gente ed era intervenuta la polizia, tutto si era concluso con un’ulteriore bevuta in una bettola di Trastevere… Per quella serata era in programma una cena fuori porta, verso Frascati. Avevo molta fame, in tutta la giornata avevo mangiato solo un panino e bevuto molti caffè. Però invece di andare fuori porta siamo rimasti in Roma, il tempo era nuovamente peggiorato. E c’era molto freddo. Siamo andati a mangiare in un locale all’inizio di Trastevere. Ricordo il nome, si chiamava Il Drago. Pieno di ubriachi. Si mangiava divinamente. A metà cena sono uscito, non ce la facevo più e sono andato a fare due passi, verso l’Isola Tiberina. Dio, che posto meraviglioso. C’era pochissima gente in giro, i palazzi sembravano tutti delle regge immerse in un’illuminazione appena accennata, c’erano odori strani che si mescolavano all’odore forte del Tevere. Quando ho raggiunto gli altri – tutti ubriachi – mio fratello ha proposto di andare di notte a vedere il Pantheon. Non è molto lontano da quel punto, ma è stato un calvario. Ogni dieci metri c’era qualcuno che doveva pisciare, oppure vomitare, ogni cinquanta metri qualcuno aveva nostalgia di casa e si metteva a piagnucolare e doveva essere consolato, ogni cento metri qualcuno doveva tornare indietro perché aveva perso qualcosa… ma tutto questo, a Roma e di notte, era cosa normale, la città assorbiva tutto senza scomporsi. Ho visto il Pantheon di notte, poco illuminato, gigantesco, più bello di se stesso. La cosa per me più sconvolgente era che ogni volta che svoltavo l’angolo la città cambiava. Ero nel Cinquecento, ma dopo cinquanta metri ero nell’Ottocento, oppure in epoca romana… Mi faceva uno strano effetto la gente, mi chiedevo in continuazione se quei romani fossero realmente i figli di tanta storia… beh, qualcuno doveva pur essercene che affondasse le sue radici fin nel più lontano passato. Ma sembravano tutti tanto grezzi, approssimativi, inconsapevoli… ho faticato a prender sonno quella notte, un po’ per il gran casino della foresteria, ma soprattutto perché avevo la netta sensazione di trovarmi in un posto talmente speciale, primigenio, assoluto che un altro posto simile non avrei mai potuto trovarlo. Avevo venti anni e vedevo Roma per la prima volta.

Ilustração do álbum “Les lauriers de Cesar”, de Goscinny & Uderzo, France, Dargaud, 1972

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